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Castello Rosso, allungato e revisionato.

Prese un cartina e la tenne con una mano mentre con l’altra appoggiava delicatamente il tabacco.
La arrotolò perfettamente. Aveva compiuto quel gesto forse un milione di volte. Fumava da quando era giovane. Colpa del militare. In monti iniziavano così.
Seduto su una panchina, con la sigaretta in bocca. Il fumo del Golden Virginia nei polmoni.
Guardava il mare, gli occhi protetti dalla falda del suo cappello.
Il sole si rifletteva sulle onde, che assorbivano la luce. Un pesce saltò fuori dall’acqua.
La camicia di lino dell’uomo era leggermente umida, un alone sotto le ascelle.
Quando finì la sigaretta, la lanciò con precisione chirurgica in acqua.
- Non avresti dovuto - disse una voce alle sue spalle.
- Carta, tabacco e cotone. In un attimo si scioglierà.
- Non sta bene lo stesso.
- Sei venuto a farmi la morale, vecchio?
L’uomo si voltò. Sapeva già con chi stava parlando. Un signore distinto, ben vestito. Un amico di lunga data.
- Siediti qui. - gli disse.
- Due minuti. Ho da fare. Sudo come una bestia.
- Guarda come sei vestito.
- Ero dal medico.
- E dal medico ci si va vestiti così?
Si sedette accanto all’uomo con il cappello, il quale aveva tirato fuori il tabacco e stava girando un’altra sigaretta. - Vuoi?
- Grazie.
Fumarono senza guardarsi nemmeno un volta.
- Cosa ti ha detto il medico?
- Solite cose. Colesterolo. Glicemia.
- Devi mangiare meglio.
- Ormai, alla mia età, posso fare quello che voglio.
- No, se vuoi campare ancora un pò.
- Ora sei tu che stai facendo la morale a me.
Risero. Finirono di fumare. Il sole era sceso dietro una palma, regalando loro un angolino d’ombra.
Ora entrambi guardavano il mare.
- Come va? - Chiese l’uomo vestito bene.
- Come vuoi che vada?
- Tua moglie?
- Sta in casa e sgranare il rosario. Beata lei che ci crede. Beata lei che crede ancora in qualcosa.
- E tu?
- E io guardo il mare.
- Scusami. Non volevo…
- Ma no. Non è colpa tua. È che fa ancora male.
- Capisco.
Una barca passa silenziosa davanti a loro lasciando una scia di spuma bianca.
Si alza una brezza. Una folata si insinua sotto le falde del cappello del vecchio e lo solleva, lo fa fluttuare, appoggiandolo delicatamente sull’acqua. L’amico si alza, raggiunge il molo, ma ormai è distante per poterlo prendere senza bagnarsi.
- Lascialo andare.
- Ma sei sicuro?
- Lascialo andare.
Guardarono il cappello galleggiare pigro al ritmo delle onde, sempre più distante.
- Senti… - disse l’uomo vestito bene.
- Non dire nulla. Davvero.
Una lacrima uscì dai suoi occhi. Portò una mano al taschino della camicia. Con due dita estrasse una fotografia. La guardò. Poi la porse all’amico che la prese, ma non disse nulla.
- Mi manca terribilmente.
- Capisco. Non so che dire.
- Non c’è nulla da dire.
Stettero in silenzio, l’uno con le lacrime che gli rigavano il volto, l’altro con la foto in mano. Poi l’amico la porse al proprietario.
- Andiamo a bere qualcosa?
L’amico non rispose. Prese di nuovo la bustina di tabacco.
- Mi sa che stai esagerando.
- Va bene.
- Va bene cosa?
- Andiamo a bere qualcosa. Ma per favore, lasciami fumare.
- Non devi chiedere il permesso a me.
- La vuoi anche tu?
- Va bene.
Si alzarono e si diressero verso il bar che distava qualche centinaio di metri.
- Senti, - disse l’amico fermandosi, - sono sicuro che sia dura, ma dovete farvi forza.
L’uomo si girò verso e aspirò una boccata di fumo. Una goccia gli scese dalla tempia.
- Non avrei mai pensato di seppellire mia figlia.
- Nessuno lo pensa.
- E fa troppo male.
Nessuna risposta. Ricominciarono a camminare. Giunti di fronte al bar, l’uomo senza cappello sembrava davvero esausto.
- Ti spiace se rimango fuori? Tu entra e ordina.
- Ci mancherebbe. Siediti lì. - disse indicando un tavolino all’ombra. - Cosa bevi?
- Un Ricard.
- Sei pazzo. Con questo caldo.
- Ne ho bisogno.
- Se è quello che vuoi…
L’ amico entrò e l’uomo rimase solo al tavolino. Giocherellò con una bustina di zucchero.
Nella piazza dietro l’angolo sentì uno schiamazzo.
Si alzò e si diresse verso i bambini che stavano giocando a pallone. Si fermò e li guardò.
D’un tratto, dal gruppetto, si staccò un ragazzino. Avrà avuto forse dodici anni. Guardò il vecchio, si girò versi gli amichetti e gli gridò qualcosa. Poi cominciò a correre incontro all’uomo.
- Nonno! - gridò.
- Ehi! - rispose.
Il ragazzino lo abbracciò. Il vecchio gli pose una mano sulle spalle. Un secondo di silenzio, di intimità.
- Come va nonno?
- Eh… vedo che ti stai divertendo! Vuoi un gelato? Anzi, chiedi a tutti i tuoi amici se lo vogliono anche loro, offro io!
Dall’angolo del bar, l’uomo vestito bene guardava la scena scuotendo la testa. In mano il Ricard dell’amico.
Gli sguardi dei due amici si incontrarono. Nel momento in cui il gruppetto di ragazzini li raggiungeva, l’uomo senza più il cappello sorrise.
L’amico se ne accorse e versò il Ricard in un vaso. Poi appoggiò il bicchiere sul tavolino.

Castello Rosso

Due uomini, in riva al mare. Sono seduti sul molo, con i piedi in acqua. Il pomeriggio afoso, le cicale che non lasciano finire una frase. Urlano. 
Uno dei due piange, apre il portafoglio. Tira fuori una foto, la porge all'altro uomo. Questi la scruta, poi la rende all'amico. 
- Era una bellissima ragazza.
- Mi manca la mia bambina.
Una folata di vento e il cappello di uno dei due si appoggia dolcemente in acqua. Quello che piange lo guarda ma non lo raccoglie, sa che è già troppo distante per afferrarlo senza tuffarsi.
- Pazienza, - dice l'altro.
- Si.
Non piange più. Il cappello è ormai un puntino in mezzo al mare. Una brezza si alza, il pomeriggio muore a poco a poco. 
Si alzano.
- Lo sai che è tardi.
- Lo so.
- Puoi solo ricordarla, ormai.
Silenzio. Camminano spalla a spalla. Raggiungono la piazza principale. Schiamazzi di bambini. Uno di questi si stacca dal gruppetto e raggiunge uno dei due uomini.
- Nonno. Andiamo a casa?
- Andiamo. Nonna ci aspetta.
L'altro uomo, quello che ha perso il cappello, lo guarda. Sorride.
- Vedi? Basta poco per dimenticare.
- Non basta poco per dimenticare, basta poco per non pensarci.

Cartaceo o eBook?

Il grande dilemma letterario degli anni '10 di questo secolo.
Integralisti della carta versus progressisti del digitale.
Alzando lo sguardo sulla mia libreria, mi scoccia notare come gran parte dei libri che posseggo siano inscatolati a causa di mancanza di spazio (per ora). Capisco dunque chi in casa non ha posto o semplicemente non ha voglia di trasportare nella borsa, o in mano, il peso e l'ingombro di un libro. O chi non ha la concezione del libro "intimo" che deve essere di proprietà, ma che al contrario lo legge e lo fa immediatamente sparire come fosse un oggetto ingombrante privato del suo utilizzo.
Per tutta questa categoria di persone l'eBook è la salvezza. Si corre il rischio di perdere l'anima del tomo, ma a fronte di una spesa anche più bassa, l'importante è che le parole stampate siano leggibili e fruibili in ogni luogo e momento, con il solo ausilio di un tasto di accensione o spegnimento.
Poi c'è chi come me, ogni libro è letteralmente un figlio. Ho sempre tenuto ogni libro che ho letto e ora ne pago le conseguenze in termini di ingombro. Oltretutto, non contento, i miei libri devono essere non solo adagiati in un modo corretto secondo una logica, ma pretendo che siano intonsi come appena usciti dalle rotatrici del tipografo.
E qui nasce un'altra sottospecie di lettore, quello che i libri li legge cartacei ma li distrugge, usurandoli fino allo sfinimento: ma non ne parlerò perché correrei il rischio di sentimi male.
Però, dall'alto del mio feticismo cartaceo, i libri li leggo per un buon 90% in eBook. Come è possibile?
Ho scritto della comodità di un lettore eBook in tasca, unito alla pretesa di avere i libri cartacei intonsi: ebbene, il tomo lo lascio a casa, sul comodino, e leggo all'antica solo prima di andare a dormire. Per tutto il resto, ho sempre accanto a me il mio fedele kindle che ormai non ce la fa più, ha la batteria che si scarica in continuazione, la custodia è screpolata, ma mi permette di leggere ovunque senza paura di distruggere il libro che a casa si manterrà in condizioni invidiabili, pronto per essere messo al suo posto nella libreria.
Personalmente ho trovato il mio equilibrio, unendo tradizione e innovazione e piegandole alle mie pretese di lettore pretenzioso. Solo un cruccio mi colpisce, e ne parlerò in un prossimo post: è giusto pagare un libro cartaceo per poi ripagare lo stesso libro in formato ebook?

La cattedrale del mare - Ildenfonso Falcones

"La Cattedrale del Mare" è il primo e fortunatissimo romanzo di Ildenfonso Falcones.
Falcones, avvocato spagnolo di Barcellona, è uno dei rari scrittori catalani che scrive le sue opere in Castigliano.
Nel 2006 pubblica La Cattedrale del Mare, un romanzo che riesce a raccontare e far rivivere la Barcellona del XIV secolo. Il libro narra più nello specifico la vita di Arnau Estanyol, dal momento tragico della sua nascita, alla scalata al potere che ne farà uno degli uomini più potenti di Barcellona, nonchè salvatore della città. Arnau nasce da una povera famiglia contadina, strappato dalle braccia della madre dal padrone delle terre, il quale nove mesi prima aveva abusato della donna usufruendo della "Ius primae noctis" cioè il diritto di un signore feudale di trascorrere, in occasione del matrimonio di un proprio servo, la prima notte di nozze con la sposa. Bernart, il padre, farà di tutto per rintracciare e riprendere con sé il piccolo, convinto che il neo che il bimbo ha sulla guancia fosse identico al suo.
Il bambino non è figlio del signorotto, ma dell'uomo che, dopo averlo salvato, si dirige a Barcellona a cercar rifugio dalla sorella. Così Arnau cresce, fino a che non entra a far parte dei Bastaixos, i portatori di pietre che da Montjuic portano i blocchi fino al cantiere della Cattedra di Santa Maria del Mar. Durante uno di quei viaggi conoscerà Aledis, della quale si innamorerà ma non ne sarà lo sposo. Con il tempo, Arnau scala posizioni nella società catalana, la sua grande intelligenza e perspicacia lo faranno diventare un importante banchiere e nobile, attraendo ire ed invidie di molte persone. Quando scoppia la rivolta contro gli Ebrei, Arnau aiuterà alcuni di loro, attirando su di sé le attenzioni dell'Inquisizione che lo arresterà con false accuse. Ma la giustizia farà il suo corso e Arnau, tornato in libertà, salverà molte altre vite...
Lo stile dello scrittore riesce a dare risalto all’animo gentile e audace ma risoluto del protagonista. Una pennellata dopo l’altra, Falcones ti cala nella Barcellona rinascimentale, con le sue tradizione e contraddizioni.

Arnau aveva trattato ogni genere di merce - stoffe, spezie, cereali, animali, navi, oro e argento - e conosceva il prezzo degli schiavi, ma quanto valeva un amico?


Nel cuore di un umile quartiere della Barcellona del XIV secolo, gli occhi curiosi del piccolo Arnau sono catturati dalle maestose mura di una grande chiesa in costruzione. Un incontro decisivo, poiché la storia di Santa Maria del Mar sarà il cardine delle tormentate vicende della sua esistenza. All'ombra di quelle torri gotiche, Arnau dovrà lottare contro fame, ingiustizie e tradimenti, ataviche barriere religiose, guerre, peste, commerci ignobili e indomabili passioni, ma soprattutto per un amore che i pregiudizi del tempo vorrebbero condannare alle brume del sogno...

L'animale morente - Philip Roth

A me, di Roth, è rimasto impresso un suo sottile libricino. Ne “L’animale morente”, Philip Roth mette in risalto la dualità del protagonista, il Professor David Kapesh, il quale lotta quotidianamente con le proprie ossessioni.
Una di queste prende forma nella giovane Consuela Castilla, giovane e prorompente cubana che mette in agitazione lo stato emotivo del professore. Ossessionato dal seno della ragazza, Kapesh cade in una relazione amorosa con la ragazza. Da quel momento, un vortice di sentimenti coglie il professore, il quale si sente ridicolo per la differenza di età che separa i loro due mondi, ma anche per colpa di un’altra relazione che Kapesh continua a portare avanti con una donna ora divorziata.
Il romanzo ruota attorno a temi fondamentali quali l’amore e l’ossessione per un corpo, la difficoltà di tenere un collegamento tra due persone anagraficamente così distanti, che apparentemente hanno così poco in comune.
Kapesh è un uomo debole, costretto a fare continuamente i conti con se stesso e con la propria coscienza, che però non riesce a rinunciare alle sue ossessioni quale il seno della ragazza.
Roth, maestro nello scandagliare la psicologia umana sopratutto quando si parla di sesso, è stato tra i primi a sfidare l’opinione pubblica americana su un tema che fino a pochi anni fa, nella letteratura, era ancora tabù.
In questo romanzo ci riesce splendidamente, dipingendo scene di sesso morboso e difficilmente descrivibili, sopratutto a causa della pudicizia che ci impone di dover sempre evitare di disturbare la sensibilità altrui. Un autore che ci mancherà e a cui probabilmente è stato negato il più meritato dei riconoscimenti, cioè il Nobel.

È il sesso a sconvolgere le nostre vite, solitamente ordinate

Per quante cose tu sappia, per quante cose tu pensi, per quanto tu ordisca e trami e architetti, non sei mai al di sopra del sesso




David Kepesh, professore universitario di critica letteraria, è malato di desiderio, e la sua malattia si chiama Consuela Castillo, una ragazza cubana, alta e bellissima, di ventiquattro anni, che sconvolge la sua vita nel modo piú tragico e inaspettato. Sotto la penna magistrale di Philip Roth, figure di uomini e donne ricche di cruda sensualità ridisegnano in modo nuovo l'immutata fragilità degli esseri umani.

Shantaram - Gregory David Roberts

Un paese enorme, una cultura antica, la grande ricchezza della casta e l'immensa povertà degli slum. Città enormi e baraccopoli infinite. L'India, il grande paese che fa da sfondo (ma anche un po' da protagonista) a Shantaram di Gregory David Roberts.
Gregory David Roberts scrive questo immenso tomo come un diario di vita. Una biografia capace di raccontare l'esperienza dello scrittore in fuga da un prigione Australiana, e quindi latitante, in questo immenso paese. Roberts è un poco di buono, eroinomane, criminale, ma l'umanità con cui scrive questo libro ci fa tifare per lui dal primo minuto.
Prima di tutto Gregory è un uomo, una vittima di se stesso, e Shantaram è sopratutto la sua redenzione nei confronti del mondo. Diventerà medico di uno slum, poi mafioso, insieme criminale e paladino della giustizia dei deboli in lotta con l'infinita corruzione dei poteri indiani. La sua vita è bene o male, bianco o nero. Non esiste via di mezzo tra queste pagine. È un libro così profondo, intriso di umanità e capace di raccontare l'India "degli ultimi" che ci troveremo immediatamente a sudare in uno slum ballando a ritmo di canzoni popolari. Conosceremo decine di personaggi buoni, cattivi e ambigui, ma ognuno con una sua storia. Ciò che bisogna sempre tenere a mente leggendo Shantaram è che tutto è reale, tutto è successo. Anche se sembra impossibile. Se lo leggerete, preparatevi a vedervi disintegrare i pregiudizi sul questo immenso paese che è l'India. Ma del resto: non è per questo motivo che esiste la letteratura?

"Mi sono macchiato di molti crimini - di quasi tutti I crimini in effetti - ma non ho mai spacciato per mia una frase brillante di qualcun altro".


Il bus della scalcagnata Veterans' Bus Service, una compagnia di veterani dell'esercito indiano, è appena arrivato al capolinea di Colaba, la zona di Bombay dove si concentrano gli alberghi a buon mercato. Greg è il primo a mettere piede sul predellino e a farsi largo tra la folla di faccendieri, venditori di droga e trafficanti d'ogni genere in attesa davanti alla portiera. Ha una chitarra a tracolla, un passaporto falso in tasca e un turbinio di pensieri ed emozioni in testa. Nel tragitto dall'aeroporto a Colaba ha pensato di essere sbarcato in una città dopo una catastrofe. Davanti ai suoi occhi si è spalancata una distesa sterminata di miserabili rifugi fatti di stracci, fogli di plastica e carta, stuoie e stecchi di bambù. In preda allo stupore, Greg ha visto donne bellissime avvolte in stoffe azzurre e dorate incedere a piedi nudi in quella rovina, e uomini dai denti candidi e dagli occhi a mandorla, bambini dalle membra incredibilmente aggraziate. Ovunque, poi, aleggiava un odore acre e intenso. Quell'odore in cui, a Bombay, fiuti di colpo l'aroma del mare e il metallo delle macchine, il trambusto, il sonno, la lotta per la vita, i fallimenti e gli amori di milioni di esseri umani. Greg è un uomo in fuga. Dopo la separazione della moglie e l'allontanamento dalla sua bambina, la vita si è trasformata per lui in un abisso senza fine. Era un giovane studioso di filosofia e un brillante attivista politico all'università di Melbourne, è diventato «un rivoluzionario che ha soffocato i propri ideali nell'eroina», un «filosofo che ha smarrito l'integrità nel crimine», uno dei «most wanted men» australiani, condannato a 19 anni di carcere per rapina a mano armata, catturato e scappato dal carcere di massima sicurezza di Pentridge.

Dizionario inesistente - Stefano Massini

Stefano Massini, con “Dizionario inesistente”, prolunga la sua grande capacità di raccontare storie in TV.
Lo fa con un espediente letterario, quello di farci credere che la lingua italiana abbia ulteriore bisogno di neologismi per riuscire a spiegare situazioni e modi di vivere che altrimenti ora rimarrebbero inespressi. L’autore decide quindi di inventare una appendice del normale vocabolario, raccontando storie e plasmando tali neologismi su vite o vicende talvolta incredibili, talvolta avvincenti.
Così impariamo che per esprimere la sensazione di essere così vicini a un traguardo senza mai raggiungerlo d’ora in poi si potrà utilizzare la parola Birismo, sostantivo nato dalla narrazione delle vicende dei fratelli Birò, i creatori della moderna penna a sfera.
(Birismo – Sostantivo maschile. Derivato da László József Biró (1899-1985) – Indica lo stato d’animo di chi si sente vicinissimo a ottenere la vita che meritava e voleva. Ma nonostante questo, rimarrà sempre come una nave fuori dal porto.)
Oppure l’aggettivo Hearstiano, (Hearstiano – Aggettivo – Derivato da William Randolph Hearst (1863-1951) – Definisce il comportamento contraddittorio di chi nella vita si trovi ad agire in modo totalmente opposto ai propri principi, valori e più salde opinioni. In funzione sostantivata, l’hearstiano è colui che non concilia le idee con le azioni, sdoppiandosi in un incontrollabile dualismo.) si potrà d’ora in poi utilizzare come completamento, ad esempio, dell'aggettivo "ipocrita".
Massini, dopo il clamoroso successo del romanzo “Qualcosa su Lehman”, costruisce un’opera che è una perla, che ci rende più ricchi dentro. Molte storie narrate sono passate dietro le quinte della storia, inosservate agli occhi di chi non si è mai occupato, ad esempio, della guerra di Caransebeș, o della vita dello scienziato Faraday.
Con una velata ironia e una penna che scorre come acqua sulla roccia, Massini fa scorrere le duecentosessanta pagine della sua opera tra una risata e lo stupore di aver da sempre ignorato una storia così incredibile come quella che Stefano ci sta regalando.

Come un vestito cucito a misura, ogni lingua riproduce quello che una civiltà crede giusto o sbagliato. A partire dagli stati d’animo. Anzi: forse innanzitutto quelli.

Le parole sono un ponte fra noi e gli altri, steso sopra il fiume delle cose.



"Attacismo", "caransèbico", "quèstico", "zeissiano"... sono solo alcune delle parole che costellano questo dizionario. Ma non affrettatevi a cercarne altrove il significato: non lo troverete, per il semplice fatto che non esistono. Viceversa, esistono eccome gli stati d'animo che queste nuove parole definiscono: un sorprendente catalogo di umanissime sfumature delle nostre emozioni. Ed è proprio per dar voce a questa variopinta tavolozza che Stefano Massini si è inventato un "Dizionario inesistente", che dalla A alla Z ci accompagna in un meraviglioso viaggio letterario, in un rincorrersi di racconti straordinari. Da una carrellata di personaggi reali Massini crea un ventaglio di nuovissimi sostantivi, verbi, aggettivi, talmente efficaci da farti venir subito voglia di usarli nel parlare quotidiano. Ed ecco dunque sfilare l'inventore della penna a sfera Làszló Biró (da cui "birismo"), i tenaci guerriglieri cileni Mapuche (che porteranno al verbo "mapuchare"), ma anche mostri sacri come Leonardo e Galileo, Leopardi e Kafka, passando per nobili del Seicento e miniere sudafricane, instancabili bugiardi e scienziati camerieri.

L'avversario - Emmanuel Carrère

"L’avversario" di Emmanuel Carrère, ripercorre la vita e la storia realmente accaduta di uno dei serial killer più famosi di Francia, ma forse del mondo intero.
Perché? Jean-Claude Romand, l’8 gennaio 1993, uccise la moglie con un corpo contundente e i due figli e i suoceri con un fucile. Poi tentò di strangolare l’amante. I mezzi d’informazione di tutta Europa diedero ampio risalto all’evento, e ancora pochi mesi fa risalto all’ordine del giorno vista l’imminente scarcerazione dell’assassino.
Carrère si prende la briga di contattare personalmente l’omicida, per poterne scriverne una biografia e capire il perché del folle gesto, da un lato umano e letterario. Romand era un medico dell'OMS, era più che benestante, la moglie lo amava, era stimato da tutta la comunità, aveva due splendidi bambini, perché quel gesto?
Semplice: perché la vita di Romand era sempre stata una frottola, una farsa. E i nodi cominciavano a venire al pettine. Romand non si era mai laureato, non aveva mai lavorato all’OMS, viveva solo dei soldi rubati ai suoceri e all’amante con la promessa di investirli in ambiti finanziari che poteva conoscere solo lui, essendo un pezzo grosso dalle parti di Ginevra. Ogni mattina, salutava la famiglia e si recava a lavoro. Ma non era vero: ogni mattina si dedicava a tutt’altro. Romand bighellonava, leggeva il giornale in una piazzola di sosta, le sue giornate passavano così, tra colazioni e sonnellini. E nessuno se ne accorse mai, almeno finché le persone non cominciarono a chiedere informazione sugli investimenti. A quel punto, qualcosa dentro di lui si ruppe.
Romand era una vittima, un paranoico, inventava gravi malattie ed enormi frottole per farsi accettare, per innalzare la propria persona, sopratutto per convincere se stesso che non era una nullità. Per anni la famiglia visse ignara della doppia vita di Jean-Claude, il quale era una persona con evidenti problemi, ma molto astuta e convincente. Quando vide che il suo inganno, il suo castello di carte, stava crollando, decise di fare tabula rasa di tutto ciò che aveva costruito. Letteralmente.
Carrère ne traccia un profilo unico, dove l’assassino apre il cuore e confessa tutto: gli inganni, la sua psicologia, la sua situazione finanziaria e sociale. Ciò che turba di più di tutto il libro è che Jean-Claude Romande, nonostante tutto, crede ancora di essere nel giusto.
Il libro è stato scritto in maniera particolare: a metà tra un report e letteratura.

L'ultimo anno è trascorso sotto il peso di quella minaccia, che prima incombeva sulla sua vita in modo diffuso. Ogni volta che incrociava qualcuno, che qualcuno gli rivolgeva la parola o il telefono squillava a casa sua, l'angoscia gli stringeva lo stomaco.

Ricalcando i suoi passi provavo pietà, una straziante simpatia per quell'uomo che aveva errato senza meta, anno dopo anno, chiuso nel suo assurdo segreto, un segreto che non poteva confidare a nessuno e che nessuno doveva conoscere, pena la morte. Poi pensavo ai bambini, alle fotografie dei loro corpi scattate all'Istituto di medicina legale: orrore allo stato puro, un orrore tale da costringerti a chiudere gli occhi, a scuotere il capo la realtà.




Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L'inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient'altro. Da diciott'anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone il cui sguardo non sarebbe riuscito a sopportare. È stato condannato all'ergastolo. Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell'uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un'autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un'esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato - e turbi, credo, ciascuno di noi."

Amore - Inoue Yasushi

"Amore”
Tre racconti brevi, che parlano d’amore.
Inoue Yasushi riesce a cogliere l’essenza e le sfaccettature del sentimento più importante per l’essere umano in questo libricino.
Amore è una coppia in viaggio di nozze a Kyoto. Lui, avendo trascorso molto tempo in quella città per studio, vorrà stupirla facendole visitare i posti più emozionanti e suggestivi. Deciderà così di portare la sua sposa al Giardino delle Rocce. Però il luogo farà affiorare al ragazzo diversi ricordi.
Lì dentro aveva litigato con il migliore amico e aveva lasciato la sua ragazza, la quale era causa di conflitto tra i due. Questo ricordo lo affliggerà a tal punto da non ascoltare la giovane moglie che gli sta parlando. Uscendo dal giardino, allo sposo tornerà il buon umore, ma non alla ragazza che insisterà per tornare in albergo, preda di un malessere. Il ragazzo successivamente uscirà da solo dalla stanza per andare a trovare il suo vecchio maestro, ma quando farà ritorno in hotel...
Amore è una coppia che decide di investire metà di una vincita alla lotteria per un viaggio di nozze. I due, durante il viaggio, cominceranno a discutere su quale sia la strada più veloce per arrivare all’albergo. Quindi si divideranno a un bivio imboccando ognuno la propria via e percorrendo la strada in solitaria, fino ad rincontrarsi al bivio successivo, vicino all’albergo. Lui arriverà prima e aspetterà molto tempo. Quindi, preoccupato, tornerà indietro fino a incrociare la sua sposa, ma non la troverà. Ci metteranno diverso tempo a raggiungersi, l’uno inseguendo l’altro. Quando finalmente si ricongiungeranno, prenderanno di comune accordo una decisione.
Amore è un ragazzo che decide di morire, di lanciarsi da una scogliera. Però prima ha una missione da compiere: deve terminare di leggere “Viaggio in Oriente”. Quindi prende alloggio in un hotel vicino alla rupe designata per l’ultimo salto e, quando il receptionist gli fa compilare il modulo, lascia vuoto lo spazio dove avrebbe dovuto dichiarare il motivo del soggiorno. Chiederà se era possibile scrivere “suicidio”. Il ragazzo della reception fa dunque notare che l’altro solo ospite della struttura, una ragazza, aveva chiesto la stessa cosa. Quindi proporrà ai due di cenare insieme. Così, la sera, si ritroveranno entrambi seduti al tavolo.
Quello che succederà nelle pagine conclusive è semplice magia.

Il sole autunnale spargeva lungo quella strada tranquilla, dove non passava nessuno, la sua luce fredda e limpida. Il vento faceva ondeggiare i boschetti di bambù sul ciglio della strada. Uomi e Mitsuko camminavano fianco a fianco in quel vento e in quella luce, che brillavano come a Tōkyō sarebbe stato impensabile.


Un piccolo hotel incastonato in una scogliera scoscesa, la spiaggia di ciottoli, il mare indaco: per Sugi, che dopo infiniti fallimenti deve affrontare anche il disonore, è l’approdo cercato – lo scenario ideale per morire. Si è concesso un unico, singolare lusso: tre giorni, il tempo necessario per leggere il resoconto del favoloso viaggio che nel XIII secolo Willem van Ruysbroeck compì attraverso l’impero dei Mongoli. Nulla tranne quel libro lo tiene legato alla vita. Ma l’unica altra ospite dell’albergo, la giovane Nami, nel registrarsi ha indicato come motivo del suo soggiorno «Mors»: forse una criptica richiesta di soccorso, o una sfida lanciata alla sorte. È fatale che fra loro nasca un silenzioso dialogo, che ha la stessa iridescenza del mare in cui entrambi hanno deciso di scomparire. E di astrali rispondenze, impercettibili cataclismi, arcane complicità, beffarde rappresaglie scatenate dai luoghi (come l’abbagliante Giardino di pietra di Kyoto) sono intessuti anche gli altri due, altrettanto memorabili, racconti qui riuniti. Racconti che esplorano, con la sovrana maestria che i lettori del "Fucile da caccia" ben conoscono, quell’indecifrabile e ingannevole universo che si spalanca dietro la parola «amore».

L'uomo che voleva uccidermi - Yoshida Shūichi

"L'uomo che voleva uccidermi" è un romanzo appena edito da Feltrinelli del giapponese Yoshida Suichi. L'ho trovato per caso un giorno di sole, durante le mie peregrinazioni in libreria, e semplicemente l'ho acquistato. Era destino ci incontrassimo, non ne avevo nemmeno mai sentito parlare.
Da come lo si descrive in quarta di copertina, lo vendono come un giallo. Assolutamente no. L'indagine è una vicenda collaterale. Il romanzo è molto di più. In 330 pagine si incrociano una marea di personaggi e di trame che alla fine trovano tutte il loro sbocco, il loro perché, in un disegno che l'autore riesce a creare ad opera d'arte. Queste pagine riescono a dipingere la società moderna giapponese come nessun libro che mi sia mai capitato tra le mani sia mai riuscito a fare.
I protagonisti hanno un'anima, hanno qualcosa da nascondere, si celano dietro a delle maschere imposte dalla società moderna.
In questo romanzo c'è tutto. È una definizione pericolosa, ma quantomeno azzeccata. Azione, ritmo, descrizioni, sentimenti, fughe d'amore, sogni, desideri e morte. L'autore riesce a stupirci, gioca con noi facendoci credere cose che alla fine si riveleranno tutt'altro. Senza cadere nei soliti canoni del libro d'indagine. Perché "L'uomo che voleva uccidermi", a mio avviso, è un romanzo totale.

Mi sembra sempre che parlino di un’altra donna... Non sto cercando una via di fuga dalla realtà. Ma anche se mi sforzo di ricordare, mi sembra sempre di vedere una donna che non sono io. Per tutto quel tempo mi ero dimenticata che tipo di donna fossi. Non sono capace di fare niente e mi ero convinta di poter fare qualsiasi cosa... Anche se fino ad allora non mi era mai riuscito un bel nulla..."


In una fredda sera di dicembre, Ishibashi Yoshino saluta le amiche per andare a incontrare il suo ragazzo in un parco di Hakata, nella città di Fukuoka. Il mattino successivo, il cadavere della giovane viene rinvenuto nei pressi del valico di Mitsuse, un luogo impervio e inquietante: è stata strangolata.
Chi ha ucciso Yoshino? Chi è l’uomo che doveva incontrare al parco? Perché la cronologia delle chiamate e dei messaggi del suo telefono cellulare racconta una storia diversa da quella che conoscono gli amici e i familiari?
La morte violenta di una giovane innesca un intreccio di narrazioni accomunate dal senso di solitudine, dalla difficoltà di vivere in una società sempre più complessa, dalla desolazione dei paesaggi urbani, dall’incapacità di amare.

La libreria

Ormai siamo abituati all'immediatezza di alcuni grandi magazzini che ci stanno viziando sempre più facendoci avere ogni oggetto, pure scontato, in poche ore, nelle nostre mani.
Le attese si sono annullate: vedo una cosa, la voglio, la pago meno, ce l'ho in mano. Clic.
Questo succede sopratutto con i libri. Possibile che giganti come Amazon e IBS riescano a calamitare così tanti clienti grazie ai libri, usati come prodotti civetta, portando sulle proprie piattaforme persone che libri in mano ne hanno presi ben pochi nella loro vita?
Amazon ha preso campo proprio così, inizialmente scontare libri e farli arrivare a casa del cliente in un paio di giorni. Poi è venuto tutto il resto.
Quindi ora abbiamo azzerato il tragitto per recarci in libreria, abbiamo azzerato il prendere i libri in mano direttamente dallo scaffale, abbiamo azzerato la lettura delle quarte, delle biografie, non guardiamo più lo spessore, non lo apriamo più in una pagina a caso leggendone qualche riga. Non chiediamo più consiglio al libraio. Non parliamo più di altro, con il libraio. Ma questo succede ormai in ogni luogo, non andiamo neppure più a prendere il caffè al bar, con le cialde che arrivano direttamente a casa, scontate.
Sconto, la parola magica. Si è venduta l'anima al diavolo per lo sconto e il risparmio, ma questo è un discorso più ampio. Rimaniamo nei libri.
Si ordina un libro su Amazon e su IBS per avere il tutto subito, nemmeno fossimo i lettori più competenti della terra, ma con la massima espressione di godimento umana nel risparmiare quel 20% (che se uno valuta la cifra in percentuale, 1/5 del prezzo, uao!, ma trasposta in euro sonanti, parliamo sempre del prezzo di un caffè o poco più) per poi, spesso ritrovarci nel carrello altre tre cose inutili. 
E abbiamo speso di più. Ma mentiamo a noi stessi, perché abbiamo risparmiato. Punto.
Stilando la famosa lista dei pro e dei contro, sono convinto che ognuno di noi trarrebbe molti più vantaggi economici e sociali col prendere l'auto dal garage e recarsi in libreria, rispetto che cliccare tre volte ed aspettare a braccia conserte l'arrivo del corriere. Solo che nel primo caso, non avremo soddisfatto la nostra psiche, che non rilascerà le famose endorfine responsabili del forte godimento da acquisto compulsivo.
Saranno cose banali, ma sono argomenti a cui tengo particolarmente. Comprare più libri tramite Amazon, perché costano meno, non fa di noi dei lettori. Fa di noi solo dei portafogli da aprire e da svuotare il più possibile. La ricerca del benessere e della comodità non può essere sovrapposta a tutto, sopratutto perché come ho già scritto, leggere è un impegno serioso, quindi non vedo perché si debba cercare comodità nel procurarsi un libro quando poi SE lo si inizia a leggere seriamente, comodità e relax ce le possiamo pure sognare.

Liste di libri

Chi non ha mai custodito gelosamente quell'oggetto sacro su cui vogliono mettere le mani i parenti e gli amici per poter carpire i titoli che vorremmo leggere, svincolandosi facilmente dall'onere dei regali natalizi e di compleanno?
La lista libri, l'elenco più importante della vita di una persona, senza la quale metà dei libri che vorrebbe leggere andrebbe persa nei meandri della memoria.
Chi cartacea, chi sui siti specializzati, tutti abbiamo annotato qualche titolo.
Il problema della lista libri è che ogni tanto la si va a guardare e fa venire voglia di acquistare questa o quella opera, convinti che la si leggerà subito dopo il libro che state leggendo ora.
Errore. Grosso errore.
Acquistare preventivamente i libri seguendo una voglia del momento senza iniziare a leggerli, è il modo per tenere dei tomi impolverati sulla mensola ad essere guardati mentre, scrollando la testa, si pensa: "che scemata che ho fatto..."
Non si può, se non quando si è terminato di leggere e si è liberi come l'aria, acquistare libri mentre stai leggendo. Le voglie mutevoli di noi esseri umani sono quantomeno instabili.
Per questo a Natale o a ridosso del giorno del compleanno, è il momento in cui custodisco ancora più gelosamente la mia lista libri: trovo aberrante, se non espressamente richiesti, regalare libri. Come per i profumi, sono oggetti troppo soggettivi. Non si può capire cosa leggeremo noi stessi tra un'ora, figuriamoci un'altra persona.
La lista libri deve funzionare come promemoria nel momento in cui dobbiamo decidere il prossimo libro da leggere, tutto lì.
Accatastare libri sul comodino non fa bene a noi stessi, ci scoraggia. Sono convinto che nella nostra libreria, nella sezione "libri da leggere", non dovrebbero mai comparire fisicamente più di due tomi. La bellezza della lettura non si ferma al muovere gli occhi sul libro, ma anche all'andare in libreria, perderci del tempo, guardare coste e copertine, leggere le quarte. Magari arrivarci già preparati con due o tre idee, ma decidere sul momento, secondo ispirazione, che cosa iniziare a leggere.
Allora si che il libro sarà davvero un'estensione di noi stessi, non come quello che rimane lì, in costa, a vederci passare e guardarlo a sua volta, pensando "ho sbagliato ad acquistarti, mi occupi del posto, ma non ti restituisco sennò perdo i soldi".
A quel punto, il potere del libro è esaurito.

Una cosa divertente che non farò mai più - David Foster Wallace

Ormai, “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace, è una pietra miliare del romanzo umoristico contemporaneo.
Il genio di Wallace fu spedito da una nota rivista su una crociera extra lusso a comporne una “recensione”. Quello che ne esce fuori, dopo diverse modifiche, è un libricino esilerante, scritto con lo stile sagace e pungente di Wallace, venato dalla solita malinconia che lo coglie mentre ascolta ed osserva i propri simili abbandonarsi alla pigrizia, dimenticando ogni dignità mentre si fanno servire come neonati nella culla.
David racconta i ricchi opulenti americani come se fosse allo zoo. Ma non lo fa con malizia, anzi, lui è lì sopra a comporre una recensione e si ritrova a far parte di quel gigante organismo che ti assimila, ti rende uguale al resto dei passeggeri, occupato nelle stesse attività e negli stessi ritmi delle persone che il momento prima stavi disdegnando.
Non è un libro semplice. Nessun libro di David Foster Wallace è semplice. Pregno di note e di quella isteria che contraddistingue lo stile del compianto scrittore (Wallace si suicidò nel 2008), nelle sue 150 pagine.
“Una cosa divertente che non farò mai più” impegna il lettore con nozioni tecniche e descrizioni di un’accuratezza spaventosa (la descrizione della cabina e del bagno, ti ci fiondano letteralmente dentro). Però non dimentichiamo che Wallace è anche l’autore di Infinite Jest, una capolavoro di 1148 pagine, una più impegnativa dell’altra. Cosa potevamo aspettarci: un manuale ad uso delle agenzie di viaggio utile a farci sceglie questa crociera anziché l’altra? No.


«Per tutta la settimana mi sono ritrovato a fare tutto il possibile per distinguermi, agli occhi dell’equipaggio, dal gregge di caproni di cui faccio parte, per discolparmi in qualche modo»

«Ho sentito cittadini americani maggiorenni e benestanti che chiedevano all’Ufficio Relazioni con gli Ospiti se per fare snorkeling c’è bisogno di bagnarsi, se il tiro al piattello si fa all’aperto, se l’equipaggio dorme a bordo e a che ora è previsto il Buffet di Mezzanotte»



«E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell'aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull'aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato». "Una cosa divertente che non farò mai più" è il capolavoro di comicità e virtuosismo stilistico con cui i lettori italiani hanno conosciuto il genio letterario di David Foster Wallace. Commissionatogli inizialmente come articolo per la rivista Harper's, questo reportage narrativo da una crociera extralusso ai Caraibi - iniziato sulla stessa nave che lo ospitava e cresciuto a dismisura dopo innumerevoli revisioni - è ormai diventato un classico dell'umorismo postmoderno e al tempo stesso una satira spietata sull'opulenza e il divertimento di massa della società americana contemporanea.

Quando abbandonare un libro?

Mi è capitato raramente di non riuscire a terminare un libro.
Quando inizio a leggere un'opera, mi sforzo di portarla alla fine, conscio del fatto che la frase magica, quella che può dare la svolta, che può farti amare davvero un libro, può nascondersi in ogni più buio anfratto.
L'ultimo tomo che ho abbandonato quasi subito è stato "A sangue freddo" di Truman Capote.
Il libro, una delle colonne portanti della letteratura contemporanea, è un capolavoro, non è stata colpa sua. Solo che a me non interessava. Non mi interessava sapere che cosa aveva portato due pazzi senza arte né parte a sterminare una famiglia nel Kansas degli anni 60.
Togliendo il fatto che stragi del genere (vedi Erba) per noi ormai sono triste consuetudine, mentre all'epoca fu un evento apocalittico dal quale Capote ebbe la brillante idea di creare un nuovo genere letterale, il Non-fiction novel; togliendo il fatto che il racconto riesce a toccare diversi temi quale la società dell'epoca, la psicologia degli assassini e tanti altri spunti importanti per chiudere il cerchio su di un fatto atroce, a me, in quel momento, non interessava leggere di quel' argomento.
Capita, sopratutto con i libri che ti regalano. Quindi, il mio consiglio è di tenere sempre nascosta la propria lista libri e di non farsi mai regalare libri da nessuno se non espressamente richiesti.
Ma di questo parlerò in futuro.
Comunque: solitamente quando inizio un libro è perché ho svolto una ricerca preliminare. So cosa sto andando a leggere e tento di prevedere che quello che mi rimarrà è quello che voglio che mi rimanga. Ormai mi conosco, e non mi stupisco più del fatto che mi ritrovo a scegliere di leggere solo libri belli.
Poi, la definisco anche una questione di disciplina. Lasciare le cose a metà non mi piace e se proprio quello che leggo non mi interessa (vedi sopra) o mi fa davvero ribrezzo (evento rarissimo), mi sforzo di arrivare alla fine anche per una sorta di sfida con me stesso (ho già scritto della disciplina dello scrivere. Ebbene, esiste la disciplina anche nel leggere. Ho scritto anche di quella).
Vero è anche che la vita è troppo breve per leggere libri brutti, quindi ognuno deve decidere da sé quanto un libro valga la pena di essere terminato.
Questo mi è successo con "Qualcuno con cui correre" di Grossman.
Non mi piaceva, dalle prime pagine non riuscivo a scovare niente di importante, non mi dicevano nulla i personaggi, quindi l'ho abbandonato circa a un quarto di libro, senza tante remore. E pensare che era autografato dall'autore. Me ne sono sbarazzato con felicità.
Insomma, credo sia davvero importante, prima di leggere, assaporare il libro che si sta per acquistare. Questo è uno dei motivi per cui non acquisto, o lo faccio molto di rado, libri online. Poi, la sorpresa è sempre dietro l'angolo, nel bene o nel male. Quando a meno te lo aspetti, ecco lì la sorpresa, il libro che ti fa innamorare, e magari fino a ieri lo avevi ignorato completamente, o un pregiudizio ti aveva spinto a non considerarlo.
Comunque, mollare un libro è normale. Sta a noi decidere quanta possibilità dargli. E quanta pazienza siamo disposti a concedergli.
Sia mai che improvvisamente diventi il nostro libro preferito.

Epepe - Ferenc Karinthy

Cosa fareste voi se un giorno, l'aereo su cui viaggiate, atterrasse in un aeroporto sconosciuto, di una città sconosciuta, dove la densità di popolazione è esageratamente assiepata in ogni angolo di strada?
Voi siete un linguista rinomato, sapete parlare o capire quasi ogni lingua moderna, ma non quella della città misteriosa. L'alfabeto, e i numeri, sono idiomi runici sconosciuti. Avete solo qualche contante in tasca e i vostri documenti. 
Cosa fareste in un luogo del genere, dove ogni contatto umano è impossibilitato dalla folla, che non ti permette i più facili spostamenti, e dalla frenesia che alberga nelle persone?
L'unica risposta può darla la giovane ragazza bionda che manovra l'ascensore dell'hotel nella quale avete faticosamente conquistato una stanza. Come si chiama la ragazza? Epepe? Ebebe? Babe? Di sicuro è l'unica persona con cui possiate ambire a un contatto di tipo umano.
Un romanzo, quello di Ferenc Karinthy, che segue un ritmo incalzante, che fa dell'ansia e della angoscia i suoi punti di riferimento ampiamente trasmessi al lettore, il quale si ritroverà li, affianco a Budai, il protagonista, a cercar di sbrogliare il bandolo della matassa di una situazione grottesca e quantomeno improbabile. Anzi, impossibile.
Ferenc Karinthy è uno scrittore ungherese, vissuto tra il 1921 e il 1992. Epepe, uscito nel 1970, è il suo romanzo più famoso.

Odiava quella città, la odiava profondamente perché gli riservava solo sconfitte e ferite, lo costringeva a rinnegare e a cambiare la sua natura, e perché lo teneva prigioniero, non lo lasciava andare, e ogni volta che provava a fuggire lo ghermiva e lo tirava indietro.


Ci sono libri che hanno la prodigiosa, temibile capacità di dare, semplicemente, corpo agli incubi. "Epepe" è uno di questi. Inutile, dopo averlo letto, tentare di scacciarlo dalla mente: vi resterà annidato, che lo vogliate o no. Immaginate di finire, per un beffardo disguido, in una labirintica città di cui ignorate nome e posizione geografica, dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa. Immaginate di ritrovarvi senza documenti, senza denaro e punti di riferimento. Immaginate che gli abitanti di questa sterminata metropoli parlino una lingua impenetrabile, con un alfabeto vagamente simile alle rune gotiche e ai caratteri cuneiformi dei Sumeri - e immaginate che nessuno comprenda né la vostra né le lingue più diffuse. Se anche riuscite a immaginare tutto questo, non avrete che una pallida idea dell'angoscia e della rabbiosa frustrazione di Budai, il protagonista di "Epepe". Perché Budai, eminente linguista specializzato in ricerche etimologiche, ha familiarità con decine di idiomi diversi, doti logiche affinate da anni di lavoro scientifico e una caparbietà senza uguali. Eppure, il solo essere umano disposto a confortarlo, benché non lo capisca, pare sia la bionda ragazza che manovra l'ascensore di un hotel: una ragazza che si chiama Epepe, ma forse anche - chi può dirlo? - Bebe o Tetete.

"Non ho tempo di leggere"

Talvolta, parlando di libri, chi è che non è mai scampato alla fatidica frase "ma io non ho tempo di leggere"?
Banalmente, viviamo in un mondo dettato da orari e stress che non ci lasciano respiro. 
Va bene, nulla di nuovo.
Ma, in realtà, spesso, è solo una scusa.
La lettura è una "attività attiva", che ti impone di pensare, di muovere i pensieri, di mantenere una concentrazione costante. Purtroppo ormai siamo assuefatti dalle passività che ci rifilano gli schermi, che siano video o altoparlanti. Non siamo più allenati a prestare il nostro tempo libero a qualcosa che ti impegni, e si, che ti stanchi. 
Leggere è un piacere, ma anche una attività impegnativa. Diffidate da chi vi dice che legge per hobby. Se si legge, lo si fa per qualcosa di più profondo, che varia da persona a persona. Chi vuole aumentare le proprie conoscenze, chi vuole dare linfa a uno stato d'animo. 
Chi legge per passatempo, legge pochi minuti, poi fa altro.
"Leggo i quotidiani e le riviste" è la stessa cosa del leggere per hobby. Dire che la lettura ha bisogno di una concentrazione prolungata e profonda, non è solo un vezzo. Un articolo di approfondimento o di cronaca lo si legge e lo si dimentica con la stessa velocità con la quale si guarda un video su youtube per poi cercarne un'altro subito dopo.
La realtà è che si è pigri nel corpo come nella mente. Ma mentre la pigrizia nel corpo è uno status di tranquillità (ho lavorato tutto il giorno, ora il meritato riposo), quella mentale resta un tabù di cui vergognarsi.
Bill Gates, che di cose ne avrà da fare, è un noto lettore forte. Anzi, di ferro. Tra il cambiare il mondo e il gestire una delle più grandi aziende del mondo, trova il tempo di leggere centinaia di libri all'anno. E come lui, molti altri. Per sottolineare l'importanza della lettura, è bello ricordare che tra i più grandi della storia, regnava un certo amore per i libri.
Quindi, diffidare sempre da chi "Non ho tempo di leggere". Tutti abbiamo impegni, tutti abbiamo lavori più o meno stressanti, tutto abbiamo orari e appuntamenti. Ma nessuno deve per forza leggere centinai di libri. Ne basta uno, con la quale confrontarsi seriamente. 
Perché, come tutto, è anche una questione di allenamento. E allenarsi costantemente migliora.
Il tempo lo si trova sempre se una cosa interessa. Altrimenti, sono tutte scuse.

Il fantasma di Eymerich - Valerio Evangelisti

A dispetto dell’età che avanza, in questo nuovo capitolo, l’Inquisitore generale del regno di Aragona si ritrova a dover evadere dalla prigione nella quale era stato costretto, e umiliato, per aver scomunicato diverse persone di potere. Insomma, nulla di nuovo.
Dopo una fuga repentina, il nostro eroe, invecchiato nel fisico ma non nello spirito, approderà prima a Minorca, nelle isole Baleari, dove annuserà per la prima volta la presenza di un culto misterioso, poi si recherà a Roma.
L’Urbe, comandata da un manipolo di caporioni e appena ritornata capitale del Papato per mano di un morente Pontefice Gregorio XI, vive una profonda crisi di potere e di identità. I fasti imperialisti sono distanti, ed anzi, il volgo demolisce tutto ciò che rimane delle opere antiche per farne materiale edilizio. La città è trasandata, sporca e pericolosa, ma il peggio deve ancora arrivare: la morte di Gregorio è vicina, e il conclave che verrà sarà condizionato da diversi fattori. Non solo il volgo, con la violenza e le intimidazioni, cercherà di perseguire il proprio scopo di far eleggere un Papa romano, ma anche forze oscure trameranno nell’ombra, anzi, nel sottosuolo, per raggiungere i loro fini.
Eymerich si ritroverà dunque a indagare, questa volta di soppiatto, non avendo nessuna giurisdizione a Roma, condizionato da molti fattori, tra cui l’apparizione di un altro sé stesso che sembra anticiparlo in ogni mossa e, talvolta, aiutarlo nelle indagini.
La storia si snoda con semplicità, grazie alla grande abilità narrativa di Evangelisti, che quando si tratta di descrivere gli stati d’animo e i pensieri del suo eroe, non lesina in parole superflue. Forse si può azzardare un certo legame tra autore e il suo personaggio, dove l’avanzare dell’età lo rende, a sprazzi, talvolta più umano.
Nel romanzo sono immancabili anche i capitoli futuristici, dove il solito Marcus Frullifer, si ritrova in una Catalogna indipendente e anarchica (ma nemmeno troppo), la quale possiede i fondi e le attrezzature da mettere a disposizione dell’astrofisico per la costruzione del Malpertuis, la navicella a psitroni capace di poter muoversi istantaneamente nello spazio. Come, è davvero troppo difficile da spiegare, quindi non resta che leggere il libro.
Evangelisti riprende nel 2017, con “Eymerich risorge”, la saga dell’Inquisitore che aveva deciso di chiudere in anticipo nel 2010 con “Mater Terribilis”, causa un male che avrebbe potuto non dargli più la possibilità di proseguire a scrivere le vicende dell’Inquisitore.
Ma per fortuna, tutto è bene ciò che finisce bene, nel vero senso della parola.

Sulla sua poltroncina, Eymerich giunse le dita, come faceva spesso a Girona quando insegnava Teologia. L’interlocutore era uno solo, oltre a padre Corona, ma ne aveva intuito l’intelligenza. E le ulteriori caratteristiche che la alimentavano: sottigliezza, acume, un certo grado di cinismo. De Luna mancava forse solo di determinazione e di crudeltà, ma era un peccato solo ai suoi occhi.



1378. Evaso dalla prigione in cui il re d'Aragona lo aveva fatto rinchiudere, Eymerich raggiunge Roma, dove papa Gregorio XI ha trasferito la sede pontificia. Gregorio sta morendo, e attorno a lui inizia la contesa che condurrà al Grande Scisma d'Occidente. L'inquisitore si accorge che le risse tra cardinali nascondono dell'altro: un culto pagano bizzarro e dimenticato è risorto dall'oblio e ha contagiato l'alto clero. Solo la proverbiale spietatezza di Eymerich, alle prese con un fantasma che gli è identico, saprà averne ragione. In un'epoca più prossima alla nostra, ma futura, la repubblica di Catalogna è l'unico Stato europeo che si è mantenuto neutrale in un conflitto mondiale devastante. Vi trova rifugio lo scienziato Marcus Frullifer, portatore di teorie capaci di sconvolgere la fisica e la nozione di tempo. Solo che la Catalogna non è lo Stato perfetto che lui crede. Ciò non gli impedisce di costruire l'astronave "Malpertuis", mossa da forze psichiche, che appare in "Nicolas Eymerich, inquisitore", il primo romanzo del ciclo. In un futuro lontanissimo, l'umanità si sta evolvendo in qualcosa d'altro. Si muove oltre i limiti fisici conosciuti nel passato, e si trova a ridosso del Punto Omega, l'estremo dell'universo teorizzato dal gesuita Teilhard de Chardin e da alcuni scienziati moderni. Un misterioso Magister, di leggendaria memoria, regola l'ultimo sospiro del genere umano. Ma sarà davvero l'ultimo, in un cosmo spiraliforme?

Responsabilità

Si è sempre responsabili di ciò che si scrive.
Non esiste il poter nascondersi dietro un dito, una volta che si è macchiato il foglio con una parola. Scripta Manent è quanto di più vero possa esistere, per qualcuno che scrive. Persino le pagine scartate, le bozze cancellate, hanno la loro importanza nel momento in cui vengono appuntate sul foglio bianco.
Però, al contrario, trovo odioso che venga imposto di scrivere solo di quello che si conosce.
Mi è successo, ed è stata, in questi anni, l'unica cosa che ho mal sopportato. "Non puoi scrivere di questa cosa, perché non ti è successa veramente". E menomale che non mi era successa veramente, quella cosa!
Salgari non si mosse mai da Cagliari, ma descrisse intere città come se fosse stato presente in quel momento esatto. Quindi non basta informarsi, leggere, studiare, guardare ogni prospettiva dalla propria scrivania. Bisogna vivere nella realtà il luogo o la situazione di cui si parla.
E allora annulliamo l'immaginazione, asfaltiamo ciò che la letteratura è, cioè immedesimazione dell'immaginario, descrizione della realtà tramite punti di vista che non siano per forza quelli del reale.
Aspetteremo di vivere un lutto per parlarne, parteciperemo a una gara di biciclette per poter parlare del Giro d'Italia.
Oppure parliamo di quello che vogliamo, assumendoci, nel bene e nel male, le nostre responsabilità.

Salendo le scale

Spesso le migliori idee ti colgono quando meno te lo aspetti. Letteralmente.
Devo fare una scalinata per raggiungere l'automobile quando sono di ritorno dalla nuotata quotidiana. Pur essendo, credo, abbastanza allenato, ed essendo, la scala, non molto lunga, alla fine mi ritrovo sempre con il fiatone. Non ho mai capito perché.
Comunque, in quel breve tragitto, forse perché passo di fianco a una scuola, più di una volta mi sono ritrovato con una idea in testa. 
Frammenti, frasi, emozioni. Non proprio idee sviluppate con basi solide, ma schegge di quotidiano che ti colpiscono, che penetrano nel cervello come un chiodo.

Devo fare mea culpa. Non sono uno di quelle persone che si annotano questi colpi di fortuna. Molto spesso, poi, dimentico queste caramelle nelle tasche della giornata, e quando tento di ripescarle perché il loro ricordo mi assale nel momento del bisogno, le ritrovo spappolate e ormai immangiabili. In pratica mi dimentico di quelle idee, e rimango un palmo di naso.
Sarebbe facile tirare fuori il cellulare e segnare nelle note poche parole chiave che possano far tornare in mente l'illuminazione, ma non lo faccio mai. E ora me ne pento, perché tante volte ne avrei avuto bisogno, nella scrittura, ma anche in un dialogo, o nella vita di tutti i giorni.
Però sono fortunato. A volte, qualcuna di queste lame di luce rimane lì, impressa, e anche dopo diverso tempo riesco a utilizzarne la sostanza. 
Per esempio, il mio primo libro, Cristalya, è nato da un sogno. Sono passati cinque anni, ma ricordo quel sogno come se lo avessi fatto poco fa. 
Chissà perché. 
Credo che alla fine, quando qualcosa deve scaturire, trova la forza di farlo a prescindere dai blocchi che le mettiamo. Come un fiume in piena che nessun argine può incanalare. Prima poi esonda e trova la sua via, travolgendo qualsiasi cosa ne ne ostacoli il percorso.
Poi, che i sogni siano la via prediletta, il canale preferito delle idee, non sono certo io a scoprirlo.
Ma magari del sonno, e del sogno, ne parlo la prossima volta, perché è un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

Paradiso e Inferno - Jòn Kalman Stefànsson

Si può morire per un libro? O meglio, si può morire per colpa di una poesia? 

“Paradiso e inferno” di Jón Kalman Stefánsson (Iperborea) è un libro che riesce a raccontare un’Islanda selvaggia dove l’uomo è in continua lotta per la sopravvivenza. 
Bardur e l’amico (nel romanzo non verrà mai svelato il nome), stanno per salire sulla piccola barca in compagnia di altri quattro pescatori di merluzzi. Il piccolo guscio di noce viene però sorpreso al largo da una tempesta di pioggia e di giaccio, mentre forti folate di vento minacciano di rovesciare la barchetta. In quel momento, l’unica cosa in grado di salvare la vita a un essere umano è la cerata. Immediatamente l’equipaggio indossa l’indumento per poi tornare a dedicarsi alla pesca seppur le condizioni siano proibitive. Ma non Bardur. Lui la cerata l’ha dimenticata nella baracca sulla spiaggia. Ora sta morendo, ma mentre l’amico cerca di fargli scudo con il corpo, la vita sta abbandonando quel corpo. Il ragazzo sarebbe persino disposto a cedergli la sua, di cerata, ma gli altri pescatori glielo impediscono. Con due cadaveri a bordo e quattro braccia in meno a remare non avrebbero più possibilità di ritornare in spiaggia. 
Il motivo per cui Bardur dimentica la cerata può apparire stupido: il ragazzo rimane rapito da un verso del "Paradiso Perduto" di Milton. Poco prima di partire per la pesca, Bardur tenta di imparare a memoria quelle parole. Non vuole staccarsi dall’estasi che gli provocano. Le dedicherà alla ragazza che ama, appena tornerà a terra. 

Or scende la sera 

a deporre il manto 

greve d’ombre 

su ciascuna cosa, 

la scorta il silenzio 

Nulla mi è delizia, tranne te. 


Quindi sì, in "Paradiso e inferno" Stefánsson, ci racconta come è possibile morire di poesia.
Il libro è scritto come un flusso di pensiero, alla maniera dell’Ulisse di Joyce. 
Non c’è distinzione tra narrazione e dialoghi: le parole sono un fiume, anzi, un mare in tempesta, che lascia spazio solo alla vicenda che travolge i due ragazzi e incornicia una vita dura, pericolosa, dove la ricerca della bellezza, dell’emozione, è relegata in un angolo in attesa di un minuto libero tra il lavoro e il buio. 
“Paradiso e Inferno” è uno dei miei libri preferiti perché l’autore riesce a far passare in secondo piano l’importanza della trama, che è molto avventurosa e struggente, mettendo in risalto le emozioni dei protagonisti, il forte senso di amicizia che li lega, il terrore di perdere qualcuno che si ama e la forza che bisogna metterci sempre, nella vita, per andare incontro alle cose. 

Belle o brutte che siano.




È l'Islanda, dove le forze primordiali della natura rendono i destini immutabili nel tempo, il luogo di questo racconto di gente di mare persa nell'asprezza dei giorni e delle notti, di un ragazzo segnato dalla solitudine, e del suo grande amico Bárour, pescatore di merluzzo per necessità, ma in realtà poeta, sognatore, innamorato dei libri e delle parole, le uniche in grado di "consolarci e asciugare le nostre lacrime, sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore". Parole che possono anche essere fatali: come per Bárour, rapito da quel verso del Paradiso perduto di Milton che ha voluto rileggere prima di imbarcarsi, al punto da dimenticare a terra la cerata, correndo il rischio di trovare una morte invisibile e silenziosa come quella dei pesci. Storia di tragedia e di ritorno alla vita all'inseguimento di un destino diverso, "Paradiso e inferno" è un'avventura iniziatica, un viaggio metafisico, la ricerca di un senso e di uno scopo alto nella vita, ma soprattutto un inno al potere salvifico delle parole. Con una scrittura magnetica che decanta l'essenziale, Jón Kalman Stefánsson racconta con infinita tenerezza un'amicizia, la storia di due ragazzi che si innalza in una sfera magica sopra il frastuono del mondo, per ricordare che la vita umana è sempre una gara contro il buio dell'universo, in cui "non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, ne abbiamo bisogno per vivere".